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Il luogo dove la musica si concretizza è l’aria, l’ambiente dove c’è il pubblico: “I concerti”. Il suono si propaga nello spazio e per una band o un artista è fondamentale avere dei concetti chiave in mente quando si vuole ottimizzare il set up per il proprio live. 

Ben ritrovati in questa nuova sezione di “music tale” a cura di Villaggio Musicale! In questo articolo affronteremo un argomento vasto, che ha implicazioni tecniche anche molto complesse, mi soffermerò su alcuni degli aspetti che più possono condizionare la qualità del vostro live concert. 

So bene quanto sia determinante avere un buon set up nei concerti più piccoli, quelli in cui non ci sono le risorse per affidarsi a un service esterno. Spesso ci ritroviamo ad essere dei veri e propri factotum della musica: chitarra in spalla, auto carica di strumenti, impianto audio, microfoni e accessori, tutto rigorosamente fornito dalla band. Armati di buona volontà, oltre a suonare, finiamo per diventare anche un piccolo service per noi stessi!

Nella speranza che un giorno le cose cambino e il nostro progetto musicale possa finalmente decollare, il fare tutto da soli resta spesso un passaggio obbligato. Ma non scoraggiatevi. Posso assicurarvi che questa fase di auto-produzione mi ha permesso di acquisire competenze trasversali preziose, che in modi diversi hanno contribuito alla mia attuale carriera di specialista per il più importante store online di strumenti musicali in Italia e fonico per numerosi artisti di fama nazionale e internazionale.

Come possiamo ottimizzare il nostro setup audio e di conseguenza migliorare la qualità acustica del nostro concerto? 

Sono qui per darvi qualche consiglio davvero pratico, che vi potrà aiutare ad ottenere il meglio! 

Punti primo: Sopralluogo. 

So bene che non sempre è possibile, ma è fondamentale analizzare l’ambiente in cui si terrà il concerto: valutare gli spazi, la volumetria, l’acustica interna, il potenziale pubblico presente e, soprattutto, capire se assisterà seduto oppure in piedi.

È utile conoscere le dimensioni del palco e fare alcune valutazioni preliminari per capire se la vostra strumentazione è realmente adatta al contesto.

Qui parte un secondo consiglio di base: Non improvvisare! Controllate attentamente tutto ciò che avete a disposizione, come cavi, microfoni, aste, DI e qualsiasi altro elemento della vostra attrezzatura, in modo da avere un quadro preciso di ciò che possiedi e di ciò che potrebbe mancare.

Soffermiamoci ora sull’aspetto puramente acustico e sul tema del Sound Reinforcement, ovvero il rinforzo sonoro, prendendo come esempio il caso concreto di una band completa con sezione ritmica, batteria, percussioni, basso e il resto dell’ensemble.

Lo strumento acustico percussivo di per sé genera naturalmente un bel volume o più tecnicamente “pressione sonora” (SPL). Questo valore può essere misurato con degli strumenti specifici (fonometro), ma in media una batteria genera un SPL compreso tra i 100 i 120 dB Spl. Naturalmente non mi soffermerò troppo sui tecnicismi, ma per avere una grandezza di riferimento, considerate che il parlato presente all’interno di un locale ha valori prossimi agli 80/90 dB Spl. Bene qui nasce una prima considerazione pratica: tutti gli strumenti con pressioni sonore inferiori ai 90 dB dovranno essere amplificati. 

Anche se sembra un concetto scontato, può aiutarci a capire la potenza in SPL che il nostro PA system dovrà avere, per equiparare e talvolta superare la pressione generata dal pubblico e dalla nostra “rumorosa” sezione ritmica. ll valore di SPL rappresenta l’efficienza acustica di un diffusore ed è un parametro molto più significativo rispetto alla semplice potenza elettrica dell’amplificatore integrato, espressa in watt.

Nel caso specifico, il vostro setup dovrebbe includere diffusori “Point Source” (tipici diffusori attivi in commercio) con un SPL uguale o superiore ai 130 dB.

In termini quantitativi, è fondamentale partire da una coppia L/R (Left–Right) per garantire una corretta stereofonia. Negli ambienti chiusi, spesso risulta complicato utilizzare dei subwoofer; per questo motivo tendo a considerare un sistema che possa funzionare efficacemente anche senza di essi.

Ogni diffusore possiede un proprio range di frequenza, ovvero l’intervallo che è in grado di riprodurre. L’ampiezza di questo range dipende principalmente dalla dimensione del woofer e del driver. Consiglio di orientarsi verso diffusori con un cono da 12″ o 15″ abbinato a un driver da 1″: questa configurazione garantisce una buona estensione delle basse frequenze e allo stesso tempo una resa brillante sulle alte. 

A questo punto è utile introdurre un concetto molto importante: la dispersione orizzontale e verticale dei diffusori. Si tratta, in sostanza, del modo in cui il suono prodotto dalla cassa si propaga nello spazio, sia sul piano orizzontale sia su quello verticale.

Questo è un parametro essenziale da valutare nei data sheet, perché ci aiuta a determinare l’altezza di posizionamento dei diffusori e la distanza ottimale tra le due unità.

Vi consiglio di scegliere diffusori con un angolo di copertura del driver di circa 90/100° in orizzontale e 60° in verticale. Sul mercato l’apertura a 90° è lo standard più diffuso, mentre i modelli con copertura a 100° sono meno comuni, è una caratteristica riservata a prodotti più di alta fascia (d&b audiotechnik, Martin Audio, RCF serie NXL, ecc..) . Con una distanza di 5/6 metri tra le due casse sarà possibile coprire in modo efficace anche le prime file: gli ascoltatori posizionati al centro, a pochi metri da voi, potranno infatti beneficiare del suono proveniente dai diffusori, che si sommerà a quello generato acusticamente dagli strumenti e alle naturali riflessioni dell’ambiente.

A che altezza vanno posizionati i diffusori? È una delle domande che mi è stata posta più spesso. In questo caso ci viene in aiuto l’angolo di copertura verticale.
Come riferimento utilizziamo il driver, cioè la componente dedicata alla riproduzione delle alte frequenze. Le alte, per loro natura, sono direttive: si propagano esattamente nella direzione in cui vengono emesse e sono percepite principalmente dalle nostre orecchie, a differenza delle basse frequenze che coinvolgono anche il corpo.

Con un angolo di apertura verticale di 60 gradi, il posizionamento ottimale prevede che il driver sia collocato al di sopra delle teste del pubblico. Ecco perché è importante sapere se gli spettatori saranno seduti o in piedi.
Nel caso di pubblico in piedi, i diffusori possono essere posizionati con il driver a circa 1,90–2,00 metri di altezza: si tratta di un valore medio ma pienamente in linea con gli standard più comuni.

Regola fondamentale: i diffusori devono essere posizionati sempre davanti alla band. Questo accorgimento aiuta a ridurre il rischio di Larsen, quei fastidiosi fischi che possono trasformare la serata in un incubo per le orecchie del pubblico.

Un secondo aspetto su cui desidero soffermarmi riguarda l’ascolto interno, ovvero quello riservato ai musicisti sul palco.

Esistono due principali tipologie di monitoraggio: i monitor da palco, o wedge, e gli In Ear, ovvero gli auricolari. Le differenze sono ben note e spesso entrano in gioco abitudini e gusti personali: c’è infatti chi preferisce il suono di un monitor tradizionale rispetto a quello delle cuffie per diverse ragioni. 

Tuttavia, se l’obiettivo è ottimizzare il sound all’interno di un locale, la soluzione tecnicamente più corretta resta quella degli In Ear, e ora vi spiego il perché. 

Uno o più wedge posizionati sul palco, oltre a ridurre lo spazio di movimento dei musicisti, hanno un impatto significativo sulla diffusione acustica dell’ambiente. Ogni wedge produce la propria pressione sonora, che si riflette su pareti e soffitti; essendo collocati in punti diversi del palco e a distanze variabili, generano inevitabili problemi di fase acustica. Il risultato può essere un suono complessivamente meno nitido, più confuso, con alcuni strumenti che rischiano di prevalere sugli altri.

Per questo motivo, per ottimizzare il nostro sound, consiglio l’utilizzo del monitoraggio tramite sistemi In Ear. Anche in questo caso esistono due tipologie principali: i sistemi cablati e quelli wireless. E’ un argomento piuttosto vasto e che ha svariate variabili da considerare, prometto di approfondire l’argomento in modo completo in un prossimo numero!

Indipendentemente dalla scelta, l’ascolto in cuffie offre diversi vantaggi: permette di percepire con precisione il proprio strumento, fornisce un certo grado di isolamento che può migliorare la performance e contribuisce a mantenere il palco più silenzioso e ordinato. Questo si traduce in un suono più pulito e gradevole proveniente dal PA, a tutto beneficio del pubblico.

Infine, desidero chiudere questo articolo affrontando un elemento che può influenzare in modo decisivo il vostro set live e la qualità sonora complessiva: il mixer.

Oggi il mercato offre una gamma vastissima di soluzioni: si va dalla classica consolle analogica ai mixer digitali con superficie di controllo, fino ai modelli completamente gestiti tramite tablet.

Miscelare correttamente i suoni è fondamentale, ma lo è altrettanto disporre di tutto l’I/O necessario per il proprio set, così da gestire ogni sorgente in modo adeguato e senza compromessi.

Posso consigliare di orientarsi verso un mixer digitale, ormai disponibile a prezzi molto accessibili. Questa tipologia consente di avere uno show in recall, quindi richiamabile in qualsiasi momento, con la possibilità di memorizzare tutti i parametri e sfruttare i processori interni necessari per realizzare un mix completo.

Molti mixer digitali offrono inoltre un’ottima dotazione di ingressi e uscite, caratteristica fondamentale se si desidera implementare un sistema di monitoraggio in In Ear. Per distribuire il segnale a cuffie stereo, infatti, è necessario disporre di un buon numero di aux e di uscite fisiche da collegare alle centraline degli in ear.

Consiglio di optare per un mixer in formato rack, controllabile tramite tablet e smartphone, dotato di almeno 16 canali di input e un minimo di 8 aux dedicati al monitoraggio. Ogni musicista potrebbe controllare il proprio ascolto attraverso le app proprietarie per dispositivi. 

In definitiva, quando si viaggia in autoproduzione per piccoli live, è indispensabile ottimizzare diversi aspetti. Ottenere il massimo con i propri mezzi è possibile, a partire dalla valutazione delle caratteristiche del locale che vi ospita, per poi migliorare il vostro set up con un PA system adeguato, capace di garantire la giusta pressione sonora e una corretta separazione tra i suoni di palco e quelli emessi dai diffusori.

Un sistema di ascolto personale in cuffia permette di ottenere un suono più pulito e nitido, riducendo i problemi di fase acustica e fenomeni come il Larsen.

Il mixer rappresenta l’elemento che mette in relazione tutti gli aspetti tecnici: alla luce di quanto detto, un buon mixer digitale controllabile tramite tablet o smartphone vi consentirà di lavorare con maggiore precisione sul sound della vostra band. Ottimizzare il vostro set up verso questa direzione, vi garantisco che darà un gran beneficio.