Quando un brano arriva alla fase di mix, buona parte del lavoro creativo è già stata fatta. Arrangiamento, registrazioni, scelta dei suoni e interpretazione hanno costruito l’identità del pezzo.
Prima di inviare il progetto al mix engineer, però, c’è un passaggio spesso sottovalutato: preparare correttamente le tracce per il mix.
Non è soltanto una questione di ordine. Un progetto preparato bene permette al mix engineer di entrare rapidamente nel brano, capire le intenzioni artistiche e concentrare il tempo sulle decisioni che riguardano davvero il suono.
Vediamo quindi cosa controllare prima di inviare le tracce.
Prima di esportare: fai pulizia nel progetto
Durante una produzione è normale accumulare tracce, take alternative, strumenti disattivati, prove, duplicati e automazioni.
Prima dell’esportazione conviene fare ordine.
Non significa necessariamente cancellare tutto ciò che non viene utilizzato, ma assicurarsi che ciò che viene consegnato sia facilmente comprensibile.
Una sessione con tracce chiamate:
Audio 01Audio 01.dupAudio 23Audio 23_NEWAudio 23_NEW2
costringe chi riceve il progetto a perdere tempo per capire cosa sta ascoltando.
Molto meglio utilizzare nomi semplici e immediati:
KickSnareBassGuitar LGuitar RLead VocalBacking Vocal
Il principio è molto semplice: chi apre le tracce dovrebbe riuscire a capire rapidamente com’è costruito il brano.
Da dove devono partire le tracce?
Una delle domande più frequenti riguarda il punto di esportazione.
La soluzione più sicura è esportare tutte le tracce dallo stesso punto della timeline, anche quando uno strumento entra molto più avanti nel brano.
Se, per esempio, una chitarra compare soltanto nel secondo ritornello, il relativo file può tranquillamente contenere silenzio prima del suo ingresso.
In questo modo, importando tutte le tracce in una nuova sessione e posizionandole nello stesso punto, l’intero arrangiamento torna automaticamente in posizione.
È una piccola accortezza che elimina moltissimi possibili errori.
Meglio WAV o MP3?
Per il mix è preferibile consegnare file audio non compressi, normalmente WAV.
L’MP3 può essere utile come riferimento, ma non dovrebbe essere il formato utilizzato per le singole tracce destinate al mix.
Per quanto riguarda sample rate e bit depth, generalmente conviene mantenere le caratteristiche utilizzate durante la registrazione e la produzione, evitando conversioni inutili prima dell’invio.
Se il progetto è stato registrato a 48 kHz / 24 bit, ad esempio, non c’è normalmente motivo di trasformare le tracce in un formato differente prima del mix.
Devo esportare le tracce con o senza effetti?
Qui non esiste una risposta valida per qualsiasi progetto.
Bisogna distinguere tra effetti che fanno parte del suono e processamenti utilizzati semplicemente durante il premix.
Se hai costruito un synth attraverso distorsioni, delay, modulazioni o altri effetti che ne definiscono completamente il carattere, eliminarli potrebbe significare consegnare al mix engineer un suono diverso da quello che avevi immaginato.
Lo stesso può accadere con una chitarra, una voce molto processata o qualsiasi elemento sul quale l’effetto rappresenti una scelta artistica.
In questi casi può essere utile fornire sia la versione processata sia, quando possibile, una versione più pulita.
Diverso è il caso di compressori, equalizzatori o riverberi inseriti semplicemente per ottenere un ascolto più gradevole durante la produzione. Se non rappresentano una scelta fondamentale, può essere preferibile lasciare maggiore libertà al mix engineer.
La regola che seguirei è questa:
se togliendo un effetto cambia l’identità del suono, probabilmente quell’effetto fa parte della produzione.
Attenzione a limiter e processamenti sul master
Durante la produzione è molto comune lavorare con compressori, saturazioni, limiter o altri processori sul master bus.
Non è necessariamente sbagliato.
Il problema nasce quando il mix engineer riceve esclusivamente materiale fortemente limitato senza sapere come è stato realizzato il premix.
Se il processing sul master rappresenta una parte importante del sound che hai costruito, è utile comunicarlo.
Quando possibile, puoi anche fornire un riferimento del tuo premix così come sei abituato ad ascoltarlo.
Il punto non è applicare una regola assoluta del tipo “togli sempre tutto dal master”, ma permettere a chi mixerà il brano di capire quale fosse la tua intenzione.
Controlla clipping e livelli prima dell’esportazione
Non è necessario normalizzare ogni traccia né cercare di portarla il più vicino possibile a 0 dBFS.
Anzi.
È molto più importante assicurarsi che i file non presentino clipping indesiderato e che conservino una dinamica corretta.
Il livello finale verrà gestito durante il mix.
Non serve quindi rendere artificialmente più forte ogni singolo file prima di consegnarlo.
Più forte non significa migliore.
Mono o stereo?
Anche qui è utile conservare la natura del materiale.
Una voce registrata con un singolo microfono può tranquillamente essere esportata mono.
Lo stesso vale, per esempio, per basso, kick, snare o una chitarra registrata attraverso un singolo canale.
Pianoforti stereo, overhead, ambienti, synth stereo ed effetti possono invece avere senso come file stereo.
Esportare tutto indiscriminatamente in stereo non porta automaticamente alcun vantaggio.
Editing e tuning: prima o durante il mix?
Se editing e tuning fanno parte della produzione definitiva, sarebbe preferibile stabilire prima dell’invio chi se ne occuperà.
Rumori, take da scegliere, timing, intonazione della voce e altri interventi di editing possono richiedere un lavoro considerevole.
Non bisogna dare per scontato che siano automaticamente compresi nel mix.
Se hai già effettuato editing e tuning, controlla accuratamente il risultato prima dell’esportazione.
Se invece vuoi affidare queste operazioni al professionista che realizzerà il mix, è meglio comunicarlo in anticipo.
Invia anche un rough mix
Questa, per me, è una delle cose più utili.
Prima di esportare le singole tracce, realizza un bounce del brano così come lo stai ascoltando tu.
Non deve essere perfetto.
Il rough mix serve a raccontare moltissime cose: rapporti tra gli strumenti, intenzione degli effetti, posizione della voce, automazioni, atmosfera e direzione generale del pezzo.
Non considero un rough mix qualcosa da copiare necessariamente.
È piuttosto un modo per capire da dove arriva il progetto e dove l’artista immaginava di portarlo.
Le reference possono aiutare, ma devono avere uno scopo
Può essere molto utile indicare uno o più brani di riferimento.
La reference, però, funziona meglio quando viene accompagnata da una spiegazione.
Dire:
“Vorrei esattamente il suono di questo disco”
serve relativamente poco se produzione, arrangiamento e registrazione sono completamente differenti.
Molto più utile è spiegare cosa ti interessa di quella reference:
“Mi piace quanto è presente la voce.”
“Vorrei una batteria con questo tipo di impatto.”
“Mi interessa la profondità degli ambienti.”
“Mi piace il rapporto tra basso e cassa.”
La reference diventa così uno strumento di comunicazione, non un modello da clonare.
BPM e informazioni sul brano
Insieme alle tracce consiglio di comunicare almeno:
- BPM;
- eventuali cambi di tempo;
- sample rate e bit depth;
- eventuali note importanti sulla produzione;
- reference;
- rough mix.
Se esistono punti particolari del brano sui quali vuoi attirare l’attenzione, scrivilo.
Cinque righe chiare possono evitare molti messaggi successivi.
Stem o tracce separate?
I due termini vengono spesso utilizzati come sinonimi, ma non indicano esattamente la stessa cosa.
Le tracce separate sono i singoli elementi della produzione: kick, snare, basso, chitarre, voce ecc.
Gli stem, invece, sono generalmente gruppi di elementi già sommati, per esempio:
DRUMSGUITARSSYNTHSBACKING VOCALS
Per un mix completo normalmente preferisco avere a disposizione le singole tracce, perché consentono un controllo maggiore.
Gli stem sono invece molto utili in altri workflow, per revisioni, versioni alternative, live, remix o mastering stem.
Prima di esportare, quindi, è sempre meglio capire che tipo di materiale è stato richiesto.
Non serve “pre-mixare” il progetto per impressionare il mix engineer
Un errore che capita spesso è cercare di sistemare tutto prima dell’invio perché si teme che le tracce possano sembrare poco professionali.
Non è necessario.
Se qualcosa fa parte della produzione, deve esserci.
Se invece stai applicando processamenti soltanto per nascondere problemi o rendere le tracce apparentemente più finite, probabilmente è meglio parlarne.
Il mix engineer deve poter capire il materiale sul quale sta lavorando.
Una traccia pulita e ben registrata è molto più utile di una traccia inutilmente processata.
Organizza la cartella prima dell’invio
Una struttura semplice può essere sufficiente:
NOME ARTISTA – TITOLO BRANO
01_TRACCE02_ROUGH MIX03_REFERENCE04_NOTE
All’interno delle tracce puoi mantenere nomi chiari e coerenti.
Prima di caricare tutto, fai infine una verifica molto semplice ma importantissima: crea una sessione vuota, importa i file esportati e premi play.
Se il brano parte correttamente, tutte le tracce sono sincronizzate e non manca nulla, probabilmente il progetto è pronto per essere inviato.
Preparare bene le tracce significa lasciare più spazio al mix
Preparare correttamente un progetto non serve a rendere più semplice la vita del mix engineer e basta.
Serve soprattutto a utilizzare meglio il tempo dedicato al tuo brano.
Meno tempo viene impiegato per cercare file mancanti, interpretare nomi incomprensibili, riallineare tracce o capire quale versione sia quella corretta, più tempo può essere dedicato a ciò che conta davvero:
equilibrio, profondità, dinamica, carattere e identità del brano.
Ed è proprio qui che, secondo me, comincia davvero il mix.
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