Mix ITB e Mix OTB: quale scegliere?
Nel corso della mia carriera in studio ho sempre assistito alla diatriba tra digitale e analogico. Nonostante già 25 anni fa il digitale fosse ampiamente sviluppato, mixer e outboard analogici erano ancora decisamente più diffusi e rappresentavano il cuore della maggior parte degli studi di registrazione.
Oggi questa pseudo-sfida continua a generare fior fior di parole, discussioni e contenuti. L’idea di base è che ormai il campionamento, la capacità di calcolo e l’emulazione siano diventati talmente efficaci da poter sostituire quasi completamente le macchine che trattano il segnale in maniera analogica.
Personalmente penso che non si possa stabilire in maniera assoluta quale delle due soluzioni sia migliore. Credo sia molto più interessante capire in quali contesti possa essere più utile una tecnologia piuttosto che l’altra e, soprattutto, quale workflow permetta al fonico di raggiungere più velocemente il risultato che ha in mente.
Mix ITB: tutto dentro la DAW
Partendo dal digitale, possiamo essere tutti d’accordo nell’affermare che la capacità di calcolo dei sistemi moderni sia ormai in grado di rappresentare e processare il segnale audio con una precisione straordinaria. Frequenze di campionamento elevate, profondità in bit e algoritmi sempre più evoluti hanno reso il digitale uno strumento estremamente potente.
Nel mondo del mixing è quindi più che comodo utilizzare emulazioni di hardware sotto forma di plug-in software e applicare alle nostre tracce compressori come 1176, LA-2A, equalizzatori, saturatori, riverberi e tante altre macchine che hanno fatto la storia della registrazione.
Lavorare su una DAW come Pro Tools, Nuendo, Reaper e tante altre consente, come ormai è scontato, di avere una grande reversibilità del lavoro, recall praticamente immediato, automazioni estremamente precise e la possibilità di utilizzare un numero enorme di processori contemporaneamente.
Quando lavoriamo ITB, In The Box, anche la somma dei vari segnali avviene all’interno della DAW. Chi cerca un determinato carattere può inoltre utilizzare plug-in che simulano console e sommatori analogici, cercando di aggiungere colore e comportamento armonico alla somma digitale.
Fare un buon mix in digitale significa comunque far suonare bene un brano: determinare i giusti equilibri, lavorare sulla dinamica, utilizzare compressori per il controllo o per il colore, equalizzatori capaci di dare un gusto specifico ed effetti che possono anche emulare macchine storiche.
Il risultato può essere eccellente. Con il giusto ingegnere del suono tutto può suonare davvero bene e credo che oggi sia difficile sostenere il contrario.
Restano però i punti di vista soggettivi, il gusto personale e, soprattutto, le preferenze nel workflow.
Mix OTB: il rapporto con l’analogico
Nel campo analogico, quando abbiamo acquistato i primi banchi per poi arrivare al nostro Amek Angela, ho sempre trovato uno spazio più intimo e musicale.
Le tecniche di mix sono, tutto sommato, le stesse: dobbiamo sempre gestire livelli, panorama, equalizzazione, dinamica, effetti e profondità. Cambia però il modo in cui ci rapportiamo fisicamente al mix.
Naturalmente oggi anche in uno studio analogico il digitale fa quasi sempre parte della catena. Un mixer da 51 canali permette di lavorare contemporaneamente su moltissime tracce, ma nella maggior parte dei casi è il multitraccia della DAW a inviare le singole track verso il banco.
Lavorare realmente e completamente in analogico implicherebbe invece anche l’utilizzo di un tape recorder multitraccia: un vero passo nel passato che, ancora oggi, alcune band e alcuni produttori continuano a scegliere proprio per il tipo di approccio che impone.
In studio, ad esempio, possiamo realizzare un brano su 16 piste lavorando completamente in analogico, senza accendere Pro Tools. Ma, ahimè, pochissimi musicisti oggi sono abituati a ciò che significa registrare sapendo di non avere infinite possibilità di editing.
Ci siamo abituati alla versatilità del digitale, agli overdubbing praticamente infiniti, all’editing, al comping e alla possibilità di correggere o modificare quasi qualsiasi cosa. Sono possibilità straordinarie che il mondo analogico, semplicemente, non offre nello stesso modo.
Cosa cambia realmente quando si mixa su un banco?
Tornando al mix, personalmente posso dire che missare un brano su un banco SSL, Neve o, come nel mio caso, su un Amek, rappresenta un’esperienza differente.
C’è un rapporto manuale molto più marcato. Banalmente, si utilizzano maggiormente le orecchie e molto meno gli occhi, i numeri e lo schermo.
Muovere un fader, intervenire sull’equalizzatore, mandare più segnale verso un bus o spingere fisicamente il livello dentro uno stadio analogico crea un rapporto differente con il suono.
Poi c’è il comportamento vero e proprio dell’elettronica: trasformatori, amplificatori operazionali, circuiti di equalizzazione, saturazione e non linearità introducono armoniche e caratteristiche che contribuiscono alla personalità di una console. Gli shaper degli equalizzatori, il comportamento dinamico dei circuiti e l’headroom del banco sono elementi che, quando ci si abitua a utilizzarli, possono diventare parte integrante del proprio modo di mixare.
Missare in analogico, almeno per me, significa sentirmi ancora più parte del processo artistico. Non che il digitale non permetta di farlo, naturalmente, ma il rapporto è più vicino, fisico e umano.
Anche le automazioni possono diventare dei veri gesti: i movimenti dei fader sono fatti dalle nostre mani e non semplicemente disegnati attraverso una curva lineare, esponenziale o di altro tipo. Ci sono piccole imperfezioni, movimenti e decisioni istintive che diventano parte della performance del mix.
Analogico o digitale? Io scelgo l’ibrido
Penso che mixare un brano in analogico possa, in determinate produzioni, portarci un po’ più in là, restituendo un risultato massiccio e potente, ma allo stesso tempo musicale e artistico.
Questo non significa che un mix ITB non possa raggiungere risultati altrettanto professionali. Significa semplicemente che personalmente preferisco di gran lunga lavorare con l’analogico.
La soluzione che trovo più efficace è infatti un sistema ibrido: sfruttare tutto ciò che il digitale può offrirmi e, contemporaneamente, utilizzare l’analogico per quello che sa fare meglio.
Prima di entrare nel banco posso utilizzare plug-in correttivi, editing, automazioni, filtri, interventi chirurgici e tutto ciò che sarebbe molto più complesso o semplicemente poco pratico realizzare in analogico. Una volta arrivato sulla console, però, preferisco affidare al banco una parte importante del carattere sonoro, della somma, del punch e dell’equilibrio generale del mix.
È proprio questo, secondo me, il grande vantaggio del workflow ibrido: non essere costretti a scegliere una tecnologia contro l’altra.
Digitale e analogico possono convivere.
Il digitale ci offre precisione, velocità, recall e possibilità praticamente infinite. L’analogico ci offre fisicità, carattere e un modo differente di interagire con il suono.
Alla fine, però, torniamo sempre allo stesso punto: non è la macchina a fare un bel mix. È chi la utilizza, le decisioni che prende e soprattutto la capacità di ascoltare.
Io ho semplicemente trovato il mio modo di lavorare: utilizzare il meglio del digitale, ma lasciare che la parte più istintiva, il sound, il punch e il carattere generale del mix passino attraverso il banco.
E, decisamente, sono più felice così.
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